PENSIERO COMPUTAZIONALE & CODING: RIFLESSIONI

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Oggi, navigando su facebook ho incontrato un articolo molto interessante del  prof Alfonso D’Ambrosio, il qual si pone diversi dubbi su questa corsa al coding…

 

“In questi mesi si parla di innovazione più che mai.

Si parla di pensiero trasversale, di metodologie innovative.

Si parla di pensiero computazionale e di coding.

Già parliamone, perché in questi giorni ho deciso di esprimere pubblicamente alcuni dubbi.

Leggo che il il coding non è informatica, che è un linguaggio trasversale, che è alla base di molti (o forse tutti) i ragionamenti.

Leggo che inserire il coding nei curriculi risponde a desiderio di futuro, a richieste lavorative.

Leggo male? Capisco io male?

Sicuramente sì.” (leggi l’articolo)

 

Cos’è davvero il coding? E soprattutto, questa corsa vorticosa a questo nuovo apprendimento è sensata? O si tratta dell’ennesima moda a cui è soggetta la scuola?

Perchè  Turing e Bill Gates e tanti altri che hanno inventato i computer e i software hanno fatto ciò che hanno fatto, frequentando una scuola senza ora del codice e senza coding…

Ma non solo, in un articolo del 2013 LA STAMPA scriveva:

“Nel 1913 Maria Montessori fu accolta come una regina, ponendo le basi per la futura diffusione del suo metodo pedagogico in tutti gli States.  Cento anni dopo quel primo sbarco, intere generazione di «bambini Montessori» si sono fatti strada nella società americana, infiltrandola con le idee della professoressa di Chiaravalle (Ancona). Tra questi spicca una nutrita schiera di protagonisti del web come Jeff Bezos, fondatore di Amazon, Jimmy Wales, il creatore di Wikipedia, e soprattutto Larry Page e Sergey Brin, che a Mountain View in California guidano l’incarnazione digitale del metodo Montessori: Google.  

Page e Brin hanno raccontato al loro miglior biografo, Steven Levy (”Rivoluzione Google”, Hoepli), come il metodo Montessori abbia segnato le loro scelte nel creare un’azienda diversa da ogni altra. E anche nell’arredarla. Il “Googleplex” di Mountain View è in definitiva un gigantesco asilo Montessori per adulti, con palle colorate da pilates sparse dovunque, frigoriferi pieni per soddisfare ogni esigenza gastronomica e tempo libero retribuito ai dipendenti per “inventare qualcosa”. “Il metodo Montessori – ha raccontato Brin a Levy – insegna davvero a fare le cose da soli e a pianificare ogni cosa con il proprio ritmo”. ”         (leggi l’articolo)

A ben vedere quindi non è l’ora di coding a scuola ad aver fatto la differenza, anzi!

Quindi più che limitarci a introdurre un’ora di esercizi di codice, forse dovremmo fermarci e interrogarci su quali siano state le attività e i metodi che hanno permesso a questi luminari di sviluppare le proprie competenze. Se pensiamo al coding e al metodo Montessori sorge spontanea un’analogia: mettere il bambino davanti ad un problema e far sì che ne trovi spontaneamente la soluzione. Parliamo quindi di problem solving, un concetto che implica un ragionamento strutturato e finalizzato alla risoluzione di una situazione complessa, che non puo’ essere ottenuta con l’automatica applicazione di procedure già note né con un approccio meramente istintivo o intuitivo (def. Treccani).

Forse quindi, invece che concentrare le nostre aspettative di riuscita in una misera ora di codice, dovremmo cambiare un po’ alla volta la didattica di vecchio stampo, quella frontale, in favore di attività strutturate sul problem solving che abbraccino più discipline. Credo che possiamo dire con certezza che l’uomo è per sua natura curioso e che all’alba dei tempi ha sicuramente imparato per tentativi, ponendosi un problema e cercando di superarlo. Se andiamo a leggere le biografie dei grandi inventori del XVIII e XIX secolo, noteremo che anch’essi hanno fatto le loro scoperte in questo modo. Ecco perchè la scuola si deve interrogare sul nozionismo e sull’apprendimento passivo e intervenire il prima possibile cambiando il modo di pensare e fare scuola.

2 commenti

  1. Mi permetto e aggiungo che introdurre l’ora del codice, per molte scuole ha significato “svecchiare” l’apprendimento passivo e recuperare una modalità dinamica, fresca e curiosa di fare scuola ripartendo dal bambino e dal suo vissuto! Questo non significa certamente che ci si puo’ limitare all’ora del codice. Ho conosciuto molte colleghe, da quando mi sono avvicinata a questo mondo, che proseguiranno la strada iniziata insieme con entusiasmo e curiosità. Il coding per tanti ha costituito un modo per cambiare modalità operative, per provare qualcosa di nuovo per ripensarsi maestre! Tante hanno testimoniato la loro “trasformazione” e questo non solo grazie all’ora del codice ma alla comunità e all’entusiasmo che da questa ne è scaturito. Ora sta a noi costruire una strada nuova! Grazie

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